Dopo la dipendenza da sostanze, da tabacco, da alcool, dallo shopping… ora spunta anche la dipendenza da tintarella! Conosciuta come fenomeno culturale già da qualche anno, ora viene considerata una patologia emergente. A lanciare l’allarme i dermatologi di tutto il mondo, e, in prima fila un italiano, il dott. Matteo Cagnoni, dermatologo di Ravenna e presidente dell’Istituto di Ricerca di Dermatologia Globale (IRDEG).

Il dibattito sull’entità di questa malattia è in corso in questo momento all’85° Congresso Nazionale di dermatologia in programma dal 19 al 22 marzo al Palacongressi di Rimini.
E noi, sarà perché all’abbronzatura dedichiamo più di un post, sarà perché in Riviera (come in tutta Italia) sentiamo forte più che mai il desiderio di sole, non potevamo non soffermarci per qualche riga su questa notizia.
La “tanoressia” o “sindrome compulsiva da sole” (SCS), è una new addiction che colpisce ben 11 milioni di italiani.

Si tratta di una dispercezione corporea, non a caso eredita il nome dalla più tristemente nota “anoressia”: come l’anoressico guardandosi allo specchio si trova sempre troppo grasso, così un tanoressico non si trova mai abbastanza abbronzato.
Perciò si espone al sole per ore ed ore, magari senza protezione solare allo scopo di procurarsi un’abbronzatura sempre più intensa.
Sul quotidiano La Voce del 19 maggio compare anche un’intervista al dottor Matteo Cagnoni, presidente dell’IRDEG: Cagnoni sostiene che certe persone hanno un bisogno ossessivo di apparire sempre abbronzate e se ciò non accade entrano in ansia e non si sentono sicure di sè. Tono dell’umore, autostima e senso di benessere diventano allora proporzionali all’abbronzatura.

Da un’indagine dell’SWG commissionata dallo stesso Cagnoni emerge che a soffrirne sarebbe il 20% degli italiani, soprattutto donne e tra i 16 e i 40 anni.
La dipendenza compulsiva da sole sarebbe, inoltre, associata a una scarsa attenzione agli effetti nocivi del sole sulla pelle, dall’eritema all’invecchiamento precoce al tumore: non c’è rischio che tenga quando si parla di una bella abbronzatura!

Come si curano questi pazienti? Con ansiolitici e antidepressivi, che limiterebbero il bisogno patologico di queste persone di esporsi al sole e di conseguenza gli effetti dannosi sulla pelle.

Perplessa e curiosa di capire il nesso tra la voglia di tintarella e un ansiolitico, ho fatto un giro in rete, alla ricerca di qualche informazione in più su questa che pare diventare una malattia sempre più seria, con in testa sempre la stessa domanda: ma è mai possibile che non siamo capaci di stare lontano dagli eccessi? Cosa mai ci spinge sempre oltre i limiti consentiti dal buon senso?

Bene. Come spesso accade, l’opinione pubblica si divide: c’è chi parla di una vera malattia, chi critica il fatto che si dia un nome di malattia a qualsiasi eccesso ribadendo che una vita sana è equilibrio e compromesso, chi già 2 anni fa tracciava l’identikit del tanoressico.
E, dulcis in fundo, ho trovato un sito specializzato www.tanoressia.it, che spiega il fenomeno in dettaglio.

Apprendo così che esisterebbe una predisposizione famigliare a sviluppare la malattia, che i più a rischio sono quelli che abitano nei paesi nordici, per i quali l’assenza cronica di sole è fonte addirittura di alterazioni dell’assetto immunoendocrino e che si sottopongono per questo a una vera e propria “luceterapia che induce un miglioramento dell’umore e la secrezione di serotonina.

Idenkit del “tanoressico”

E’ una donna nella maggior parte dei casi, magra, fumatrice, di pelle già scura. Si espone al sole per più di 6 ore al giorno, anche nelle ore di punta non usa creme protettive, ma superabbronzanti e si sottopone a lampade ultravioletti sia d’inverno che d’estate.

Sole, croce o delizia?
Il sole, nelle giuste dosi, ha un effetto positivo sia sulla pelle sia sull’umore: è un antiinfiammatorio, induce la produzione di serotonina, dona un colorito sano.
In passato, erano noti i suoi effetti benefici nella terapia della tubercolosi e per il rachitismo. Alla conoscenza di queste proprietà benefiche si deve lo sviluppo delle località balneari.
Ma a partire dagli anni ’80, l’equilibrio pare essersi spezzato in favore di un’abbronzatura selvaggia che, sommata al maggior inquinamento radioattivo e ad una rarefazione dell’ozono atmosferico di oggi, accentua i rischio dell’esposizione solare e di conseguenza fa aumentare l’incidenza delle patologie correlate: macchie, eritemi, invecchiamento precoce, melanoma.
Particolarmente dannosi sono gli UVB che causano danno al DNA inducendo le mutazioni che potenzialmente indurranno il cancro, mentre i raggi UVAcausano un aumento dei radicali liberi dell’ossigeno con conseguente invecchiamento precoce della pelle e l’immunosoppressione.

Ma da dove nasce l’ossessione per l’abbronzatura?
Esiste, si legge nel sito del dott. Cagnoni, una predisposizione genetica a sviluppare la anoressia, che dipenderebbe dall’attività dei neuroni implicati nella produzione di serotonina, noradrenalina e dopamina: tutti mediatori  chimici che non vengono prodotti a sufficienza in questi soggetti.  La carenza di tali neurotrasmettitori porterebbe la persona ad esporsi continuamente alla luce di sole e lampade perché così facendo i livelli di queste sostanze aumentano restituendo buon umore e serenità alla persona.
A questo “squilibrio neurotrasmettitoriale” si associano frequentemente attacchi di panico: la persona affetta cerca il sole come una droga e se non la trova finisce preda dell’ansia.

Ecco perché la somministrazione di farmaci antidepressivi e ansiolitici “calmerebbe” la ricerca esasperata del sole: restituendo al sistema nervoso quelle sostanze di cui ha bisogno, la persona si rasserena.

Se tanto mi da tanto…

Alla luce di tutto ciò mi chiedo a rigor di logica:
queste persone trattate con psicofarmaci, non sono portate a sviluppare una dipendenza da farmaci?
Non servirebbe allora un approccio psicologico più approfondito?